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Approfondimenti
Tra fantasie calate nella realtà pompeiana
di Franco Polichetti
Già quasi da due anni durava l’assedio di Silla alle città campane di Nola e di Pompei, quando nell’88 a. C. eletto Console, dopo avere avuta la meglio su Mario ed essere stato nominato dittatore rei publicae costituendae, a tempo indeterminato, Silla dovette lasciare l’Italia, sotto la protezione di una parte del suo esercito, per dirigersi in Grecia ed in Asia Minore dove Mitridate aveva favorita la formazione di un movimento antiromano.

Della sua lontananza approfittarono i democratici di Mario per abbattere nell’86 d. C. il suo governo, sia al centro che in periferia, cosicchè anche le truppe che il dittatore aveva lasciate di stanza a presidio della Valle del Sarno, dovettero allontanarsi.

La città di Pompei, attenuatosi il rigore dell’assedio sillano, aveva ricominciato a respirare. Era il maggio dell’83 a. C. i più saggi tra i pompeiani, dalle notizie che loro pervenivano dai mercanti provenienti dalla Siria e dalla Grecia arguivano prossimo il minaccioso ritorno del dittatore che certamente non sarebbe stato tenero nel riaffermare il ruolo del suo partito in Italia, e ne paventavano truci vendette, viceversa la grande massa della popolazione era spensierata e unicamente desiderosa di godere la vita.

Anche il teatro comico era stato riaperto con brevi programmi di recite dal basso livello artistico. Si recitavano soprattutto farse atellane, in dialetto osco, che venivano, offerte, a scopo di pubblica beneficenza, da Marco Lucrezio, uno dei duoviri (i più alti magistrati della città che venivano eletti annualmente a Pompei) di quell’anno, i cui pubblici impegni, però, gli impedivano di partecipare agli spettacoli.

Lo sostituiva, nella rappresentanza ufficiale, suo figlio Tito cui poco piaceva il genere di commedia plebea ma che non poteva fare a meno di sostituire il padre. La madre aveva dovuto invece recarsi a Nuceria per acquisti importanti.

Nel teatro gli spettatori erano ancora pochi. Evidentemente molti avevano perduto il gusto di divertirsi. I problemi, nonostante si fosse attenuato il rigore dell’assedio sillano, erano ancora tanti, né erano sufficienti ad attenuarli i volgari lazzi scurrili del buffone Maccus, lontanissimo predecessore del Pulcinella settecentesco.

Il giovane Tito aveva preso posto in prima fila del teatro grande di Pompei, ed alla sua sinistra erano rimasti vuoti due posti fino alla transenna della “praecinctio” (era la cintura che divideva le gradinate in settori).

Tito, era venuto di malavoglia e pazientemente aspettava che la recita cominciasse, quando vide entrare, nello stesso settore in cui lui si era accomodato, due donne di diversa età, ma con tratti fisionomici abbastanza simili tanto che era facile immaginare che si trattasse di madre e figlia.

La ragazza forse quindicenne, la madre probabile trentacinquenne. Due figure schiettamente paesane con capelli lunghi, lisci, nerissimi, carnagione alquanto abbronzata dal sole, statura bassina, vesti non eleganti come taglio, ma di stoffa, chiaramente, costosa.

La genitrice sembrava un frutto appetitoso. Forme tonde al posto giusto, curve procaci bene evidenziate dall’abbigliamento, insomma affatto male per una piacevole “distrazione”.

La figlia, invece una rosellina appena schiusa, esuberante dalla seducente grazia della prima adolescenza. Un nastro rosso intorno alla chioma fluente sulle spalle nude, una collanina d’oro il cui ciondolo si perdeva nel solco tra le due rosee “persiche”, appena spuntate, ma già ben tornite.

Appariva evidente che appartenessero ad una di quelle famiglie contadinesche della Valle del Sarno che, a tempo opportuno, avevano saputo furbamente imboscare le derrate alimentari da loro prodotte durante la ristrettezza conseguente al duro assedio sillano e sfruttando l’altrui fame, trarne profitto. “Pezziente sagliute” già allora così si diceva, anche se in dialetto osco.

Le due appariscenti figure si erano fermate, in piedi, a guardare dall’alto la cavea semivuota per decidere dove prendere posto. La ragazza, che aveva subito adocchiato il simpatico adolescente già altre volte intravisto per strada, aveva fatto un segno alla mamma e le aveva indicato i due posti liberi in basso.

Intanto un servo, in servizio, era prontamente sopraggiunto porgendo due rossi soffici cuscini per evitare che le due spettatrici avessero contatto con la nuda pietra, ancora calda per il sole di quella splendida giornata.

Ambedue le donne presero posto sullo stesso gradino di Tito, la mamma a sinistra accanto alla transenna, la figlia proprio vicino al ragazzo. Intanto, senza troppo attendere, la civettina si era voltata di fianco verso destra per guardare meglio Tito.

Pensava dentro di sé: bello e distinto questo giovane anche se un po' scompiacente. Si intuisce la sua signorile origine ma sembra troppo un pezzo di ghiaccio, sono curiosa di vedere se riuscirò a “fonderlo”.

La rappresentazione della farsa era intanto cominciata. La vispa minorenne, aveva continuato a guardare il simpatico giovanotto. Gli sorrideva, ma tacendo, con quei suoi grandi, sornioni occhi lucenti dall’iride castana, gli faceva pervenire messaggi esaltanti, ammiccava in maniera birichina, quando le sembrava che egli si stesse annoiando della commedia, gli faceva piccoli gesti significativi, affinchè non si allontanasse dal teatro prima di lei.

Quanta malizia in quella acerba faccina! Certe volte, per la monelleria quasi puerile, pareva una bimba; altre volte, invece, le lampeggiava dagli occhi e le fremeva in tutto il corpo la sensualità di una donna precocemente scaltrita.

In un baleno cangiava l’espressione della sua fisionomia. Ecco che essa fingeva di stare attenta allo spettacolo, e mostrava di divertirsi un mondo all’intreccio, scoppiava in allegre risate ascoltando le spiritose botte e risposte degli attori.

Però, era proprio una figlioletta premurosa! Faceva troppo caldo e la mamma poteva sentire fastidio che le sedesse troppo accanto. Allargò l’intervallo tra i loro rispettivi cuscini e di conseguenza il suo cuscino aveva finito coll’essere accostato a quello del simpatico giovanotto sedente alla sua destra.

Semplice caso fortuito!… Ma adesso che cosa succedeva? Quando “la lasciva puella” si chinava un poco di sbieco “per guardare meglio la scena”, una turgida calda mammella, appena velata da una leggera tunica celestina, si appoggiava contro il braccio sinistro nudo del giovane. Era innocente la colombina o licenziosa? Che colpa poteva avere lei se lo spazio era ristretto?

Tito sudava. Quella piacevole pressione femminile mai prima provata gli provocava un capogiro, una vertigine. Adesso, finalmente capiva cosa fossero le pene di Tantalo… Si sentiva tutto scosso nel fisico e non trovava la forza di andarsene nonostante la volgarità della farsa atellana gli desse tanto fastidio.

Terminato lo spettacolo la provocante sirena lo guardò ancora con intenso ed evidente ardore. Il sangue a Tito gli si era rimescolato in tutto il corpo, il cuore era in sussulto, e poi quell’occhiata ammaliante che voleva dire?

Forse semplicemente voleva fargli intuire le gioie che più tardi avrebbe potuto concedergli, ed intanto la ragazza, abbracciata la mamma l’aveva baciata sulla bocca carnosa più che per tenerezza forse una dimostrazione del suo ardore nel saper dare baci… poi infilò il suo ben tornito braccio nudo sotto quello più grassoccio della giunonica genitrice e così insieme tutti e tre uscirono dal teatro.

Le due donne avanti, a braccetto, e Tito ormai affascinato indietro ad una decina di passi di distanza. La ragazza, ogni tanto, colla coda degli occhi, cercava di rendersi conto se il giovane rimanesse fedele al tacito invito. Quel bizzarro inseguimento era durato parecchio, attraverso un intricato dedalo di strade importanti e di oscure viuzze.

Verso il tramonto, finalmente le due donne raggiunsero la loro abitazione: una casa di plebei arricchiti presso la porta di Sarno forse a testimoniare la contrada dalla quale provenivano.

Approfittando di un attimo di distrazione della mamma la vispa ragazza si voltò a guardare Tito in maniera significativa. Nessuna parola con la bocca, ma il linguaggio muto ed espressivo delle mani, attraverso cui Tito riescì a capire il messaggio: “Domani all’ora nona”. Un ultimo luminoso sorriso e poi la porta del vestibolo si chiuse.

Intanto Tito sostò ancora qualche minuto avanti alla porta di quella taberna meditando sull’enigmatico messaggio non riusciva a capire una cosa: “Domani sera là fuori…” Per fare che cosa lui e la ragazza insieme? “Solus cum sola” a quattro occhi e, per giunta, al buio? Oh santa innocenza! Non giungeva ad indovinare e tremava.

Rientrato a casa non assaggiò nulla della cena. Non ho appetito aveva risposto seccamente alla mamma che gliene chiedeva ragione, sarà l’effetto del caldo.

Una volta a letto non aveva potuto chiudere occhio, fantasticava e si chiedeva: mi recherò io, all’ora nona all’appuntamento con quella ragazza ma per far che cosa?

E poi ecco arrivata l’alba, e dopo l’aurora si tolse dal letto e andò in terrazza continuando a tormentarsi fra il sì ed il no. Bramava l’incontro eppure ne aveva paura.

La mamma lo colse mentre si dibatteva nel dilemma e notò i suoi occhi gonfi e lo sguardo vagante. Gli chiese come mai quella mattina si fosse levato prima dal letto e lui, mentendo, le rispose che aveva molto da studiare.

Qualche sospetto era balenato nella mente dell’esperta mamma e così lo invitò a sbrigarsi a fare colazione perché quella mattina doveva accompagnarla a Neapolis per sbrigare acquisti urgenti; i negozi di Pompei, per il lungo assedio, erano quasi vuoti ormai.

Tito colto da improvviso rossore del volto le chiese: a che ora torneremo? E la mamma che aveva notato il rossore del viso, sospettosa, rispose che t’importa dell’ora, hai per caso un appuntamento vespertino?

Tito si turbò ma non rispose. L’invito della cara mamma aveva avuto il sopravvento e invano la bella e lasciva ragazza dai grandi occhi castani, lo attese quella sera all’ora nona presso la porta di Sarno.
7/1/2018
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